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Quello che (non) sappiamo su obesità e salute

Nell’attuale società la parola “grasso”, “sovrapp*so” e “ob*sità” vengono automaticamente associate a problemi di salute quali diabete, malattie cardiovascolari, dislipidemie, ipertensione, malattie respiratorie e quant’altro.

Per andare a indagare la veridicità di queste affermazioni, riporto di seguito la traduzione e rielaborazione di un estratto del libro “Secrets from the eating lab”- Traci Mann, Ph.D.

Decine e decine di studi sono stati portati avanti sulla base di questa affermazione e la biostatista Katherine M. Flegal ne ha raggruppati 97 nella Revisione Sistematica  e Meta Analisi “Association of All-Cause Mortality With Overweight and Obesity Using Standard Body Mass Index Categories” (1)  con un campione totale di 2,88 milioni di persone e oltre 270 000 decessi. Andiamo a vedere i metodi utilizzati e i risultati ottenuti.

Mortalità e peso corporeo

Stando alle affermazioni delle prime righe, le sovrapp*so o ob*se dovrebbero avere un’aspettativa di vita inferiore rispetto a quelle normop*so. 

Ogni studio analizzato è stato calcolato il rischio di morte in un determinato periodo di tempo per le persone classificate come normop*so (BMI 18,5-25) e sovrapp*eso (BMI 25-30), dopodichè sono stati messi a confronto i tassi di mortalità delle persone normop*so e sovrapp*so. Lo stesso metodo è poi stato utilizzato per confrontare normop*so con ob*sità di I, II e III grado.

Ecco come interpretare i risultati:

  • Se il rischio di morte fosse uguale per persone normop*so e sovrapp*so, il rapporto sarebbe = 1. 
  • Se il rischio di morte fosse superiore per le persone sovrapp*so, il rapporto sarebbe >1.
    Maggiore il rischio di morte associato al sovrapp*so, maggiore risultato (> 2,3,4,5)

Sovrapp*so
Nel 93% degli studi il risultato è stato = 1, ovvero le persone sovrapp*so sono in salute almeno tanto quanto quelle normop*so. Si è visto, infatti, che il sovrapp*so è correlato ad un rischio di morte addirittura inferiore rispetto al normop*so.

Lo so, è sconvolgente che nonostante queste conscenze si continui a fare la guerra al peso corporeo

Ob*sità di I grado (BMI 30-35)

Nell’87% degli studi il risultato è stato = 1, a dimostrazione del fatto che le persone ob*se di I grado (ovvero la maggior parte delle persone ob*se) sono in salute tanto quanto quelle normop*so.

Ob*sità di II e III grado (BMI 35-40 e > 40)

Solo in questo caso sono stati trovati rapporti superiori a 1, ma comunque nel 64% degli studi il risultato è stato = a 1. Tale esito è dovuto alla categoria ob*sità di III grado (in America solo il 6% della popolazione ha questo grado di ob*sità) nella quale i rapporti sono stati di 1,3. Per capire meglio cosa significa questo scostamento numerico, prendiamo il seguente esempio: il rischio di sviluppare un tumore ai polmoni è maggiore per i fumatori rispetto ai non fumatori con un rapporto superiore a 30!  Perciò la differenza di rapporto tra ob*sità di III grado e normop*so è davvero minimale.

Sottop*so
In un allegato seguente è stata studiata la categoria del sottop*so (BMI < 18,5) e il rischio di morte è risultato superiore rispetto al normop*so (e quindi anche al sovrapp*so).

Malattie croniche e ob*sità

La mortalità non è l’unico parametro che ci interessa considerare.Parleremo quindi di correlazione tra ob*sità e  patologie e (in un prossimo post) delle problematiche presenti nella vita di persone sovrapp*so o ob*se.

Si dice che patologie come il diabete e le malattie cardiovascolari siano più comuni nelle persone ob*se, questa connessione, però, non è così lineare come sembra. 

Infatti, se la correlazione fosse diretta, considerando la prevalenza di queste patologie nei decenni in cui vi è stato un incremento del peso delle persone in modo smisurato, il loro aumento avrebbe dovuto subire un picco pazzesco. 

Invece così non è stato. La prevalenza di diabete in quegli anni è passata solamente dal 9% all’11% (2) e quella delle malattie cardiovascolari è addirittura diminuita dal 12% all’11% (3).

In ogni caso, la convinzione che l’ob*sità sia la principale causa di malattie croniche è sulla bocca di tutt*. Da un punto di vista scientifico, per dimostrare che un fattore sia la causa di un altro fattore, è necessario eseguire trial randomizzati e controllati. Non potendo, però, assegnare alle persone di avere un peso corporeo piuttosto che un altro in modo randomizzato, non si possono trarre conclusioni. 

Infatti non esistono studi che dimostrino questa convinzione. 

Innanzitutto perchè l’aumento di peso è difficile da mantenere, così come la perdita di peso (soprattutto se al di fuori del range di peso naturale) e poi perchè in un ipotetico studio di questo tipo, se le persone selezionate per aumentare di peso ci riuscissero e poi perdessero peso, dovrebbero essere escluse dallo studio.

Inoltre, una persona magra che aumenta di peso di proposito, è biologicamente diversa da una persona che è stata grassa per tutta la sua vita. Perciò, qualsiasi cosa possa essere dedotta da studi su persone magre che riescono a mantenere l’aumento di peso (e viceversa), non potrebbe essere applicata a persone che sono sempre state grasse (o magre). (4)

E se invece si provasse a fare l’opposto? Arruolare persone ob*se, selezionando in modo randomizzato chi di loro deve perdere peso e chi no per poi valutare i risultati negli anni successivi?  

La perdita di peso migliora la salute?

Gli studi che più si avvicinano a questo metodo sono quelli sulle diete nel lungo termine che sono stati racchiusi nella review  “Medicare’s Search for Effective Obesity Treatments: Diets are not the Answer” – Mann et al. (5)

Negli studi venne assegnato in modo randomizzato a* partecipanti di stare o non stare a dieta dopodichè vennero seguiti per due o più anni. La maggior parte de* partecipanti non perse peso e gran parte di chi lo perse lo riprese, perciò non si riuscì a stabilire molto sui benefici dovuti alla perdita di peso in persone ob*se. 

Ma in ogni caso, se l’ob*sità compromettesse la nostra salute, più peso si riuscirebbe a perdere, migliore dovrebbe essere lo stato di salute.

Per indagare sull’esistenza di evidenze a sostengano di tale affermazione,  Traci Mann,B. Ahlstrom e J. Tomiyama revisionarono nuovamente gli studi sulle diete nel lungo termine nello studio “Long- Term Effects of Dieting: Is Weight Loss Related to Health?” (6).

I parametri utilizzati in quasi tutti gli studi per valutare la salute delle persone furono:  pressione arteriosa, colesterolo, trigliceridi e glicemia. Nessuno studio prese in considerazione la mortalità e pochissimi lo sviluppo di malattie.

In ogni caso, andarono a vedere se mantenendo la perdita di peso, i parametri ematochimici utilizzati subissero un miglioramento: ebbene no, i parametri non migliorarono.

Perciò la salute de* partecipanti, in base a questi parametri, non era correlata alla perdita di peso. 

Esiste poi un altro studio molto famoso nel quale * partecipanti hanno mantenuto una buona parte della perdita di peso nel lungo periodo – “Cardiovascular Effects of Intensive Lifestyle Intervention in Type 2 Diabetes” -New England Journal of Medicine – Look AHEAD Research group” (7).

È uno studio rigoroso, ideato per valutare gli effetti della perdita di peso sul lungo termine per persone sovrapp*so o ob*se con diabete di tipo 2

A 10 anni dall’inizio dello studio * partecipanti avevano mantenuto una perdita di peso del 6% (che potrebbe non sembrare molto  – secondo il governo degli USA  una dieta è considerata “di successo” se si riesce a mantenere una perdita di peso del 5%, perciò 6% era un risultato impressionante. 

I benefici sulla salute de* partecipanti, invece, non furono così impressionanti, nemmeno per il governo. 

Il National Institute of Health mise fine allo studio, della durata prevista di 15 anni con una spesa di 15 milioni di dollari, due anni prima della fine ufficiale a causa della sua futilità, concludendo che c’erano “scarse possibilità di trarre beneficio dall’intervento”. 

In questo caso le statistiche parlano chiaro: dati gli effetti minimi che la perdita di peso aveva avuto sulla salute, sarebbe stato praticamente impossibile dimostrare nei due anni successivi che l’intervento dietetico si era mostrato utile a prevenire infarti, ictus o mortalità per cause cardiovascolari.

Dalle conclusioni : 

An intensive lifestyle intervention focusing on weight loss did not reduce the rate of cardiovascular events in overweight or obese adults with type 2 diabetes.

Un intervento intensivo sullo stile di vita incentrato sulla perdita di peso non ha ridotto il tasso di eventi cardiovascolari negli adulti sovrapp*so o ob*si con diabete di tipo 2.

La buona notizia è che la maggior parte de* partecipanti riuscirono a gestire meglio
il diabete riducendo l’uso di farmaci rispetto al gruppo di controllo. Il che è un buon risultato, ma non sufficiente da far fornire altri fondi da parte del governo.

Riassumendo

  • Tra sottop*so, normop*so, sovrapp*so e ob*sità, la classe di BMI con un maggior rischio di morte è il sottop*so.
  • Le persone sovrapp*so hanno una rischio di morte inferiore rispetto alle persone normop*so.
  • Non esistono studi a prova del fatto che l’ob*sità sia causa di malattie croniche.
  •  La perdita di peso non migliora di per sè lo stato di salute di una persona.

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